LA VIOLENZA SULLE DONNE “NEI PANNI DEGLI UOMINI”

A cura della dottoressa Silvana La Porta, psicologa, intervistata da Valeria Lo Cicero.

La violenza di genere tanto è reale quanto travestita da devianti luoghi comuni che rimangono statici quando si è invece evoluto il modo di concepire la violenza, che ha più maschere di quante riusciamo a vederne. Siamo abituati a concepire la violenza come qualcosa di fisico: avete mai sentito parlare di abuso emotivo? Se siamo donne, è nostra naturale inclinazione immedesimarci nelle altre donne. E se provassimo a spiegarci cosa scatta nella mente dell’uomo? Affrontiamo questi argomenti con l’esperta, la Dr.ssa Silvana La porta, psicoterapeuta ad indirizzo cognitivo-comportamentale. Se siamo donne, è nostra naturale inclinazione immedesimarci nelle altre donne. E se provassimo a spiegarci cosa scatta nella mente dell’uomo? Affrontiamo questi argomenti con l’esperta, la Dr.ssa Silvana La porta, psicoterapeuta ad indirizzo cognitivo-comportamentale.


LA VIOLENZA “NEI PANNI DELL’UOMO”.

La violenza nell’ambito relazionale scatta a seconda di diversi punti di vista. Il primo è il punto di vista sociologico: a livello sociale l’uomo ha sempre avuto un ruolo differente rispetto alla donna, c’è sempre stata una disparità tra i due generi. Il fatto che la donna sia riuscita ad acquisire sempre più una posizione vicina all’uomo, di parità, sebbene ancora non sia esattamente paritaria, l’emancipazione femminile ha in qualche modo spodestato l’uomo dal suo stato di potere di dominio e questa cosa ha fatto scaturire una forma di rabbia verso la donna, una sorta di frustrazione.

Da un punto di vista psicologico – spiega la dr.ssa La Porta – si tratta di una violenza che scaturisce all’interno di una relazione, soprattutto una relazione sentimentale, sebbene la violenza non sia esclusivamente appannaggio delle relazioni sentimentali: può altresì esistere in altre forme relazionali. Ma affrontiamo in questo contesto la violenza tra partner. Quando ci troviamo in una relazione nella quale l’aggressività, non soltanto quella fisica ma anche quella psicologica, la fa da padrone, ci troviamo dinnanzi ad una relazione disfunzionale e patologica. Una relazione formata, naturalmente, sempre da due persone perché effettivamente è l’incastro che crea una problematica seria. L’uomo in genere in questi frangenti non vede la donna come un’identità a sé stante ma come un L’uomo in genere in questi frangenti non vede la donna come un’identità a sé stante ma come un prolungamento di sé o comunque un possesso e, come tale, non tollera e non accetta che possa separarsi da lui. In questo caso la maggioranza delle aggressioni avviene quando la donna tende ad allontanarsi. Generalmente, il partner violento tende a non riconoscere la reciprocità nella relazione, poiché cerca invece il potere e il controllo sull’altro. È dunque indirizzato a strutturare quella che possiamo definire “relazione simbiotica”, dove non c’è separazione tra i due sé, ma si cerca – al contrario – di tenere l’altro sotto il proprio controllo.


QUANDO L’ABUSO È EMOTIVO.

La violenza fisica e sessuale lascia segni evidenti sul corpo ed è difficile da nascondere, anche se le donne che ne sono vittima tante e tante volte tendono a camuffarla con bugie (è nota la scusa “sono caduta dalle scale”). La violenza psicologica ed emotiva – spiega la terapeuta – è più subdola, lenta e profonda perché agisce nel corso del tempo e va a creare uno stato di malessere profondo nella vittima e che non è facile da dimostrare. In questo tipo di violenza si agisce cercando di minare l’autostima della partner, facendola sentire non all’altezza, sbagliata, inadeguata rispetto alle situazioni, incapace di fare le cose. Possono arrivare offese, insulti, e anche l’intento di ricreare il vuoto attorno alla partner allontanandola dai propri affetti, che siano amici o familiari e intimandola al silenzio tramite l’induzione del pensiero che non verrebbe creduta, convincendola che, invece, ciò che lui le sta dicendo è la verità e che dunque lei non è niente – si annulla – se separata da lui. – È come se alla donna, in questo caso, venisse restituita la triste immagine della “nullità”- .

Una forma di violenza psicologica molto sottile e devastante è quella che viene definita gaslighting – che abbiamo già trattato nella descrizione del dnp – volta ad alterare la realtà dell’altra persona, nel convincerla che i suoi ricordi e le sue interpretazioni, che qualunque cosa essa percepisca sia sempre sbagliato, facendola in tal modo sentire pazza, incapace di riuscire ad avere un’idea realistica di ciò che accade o ricordi validi di ciò che è accaduto, col risultato di ritrovarsi spaesati – e anche qui la violenza riesce a restituite alla vittima un’immagine distorta di sé e della realtà -. Purtroppo la nostra legislazione ancora non tutela totalmente dalla violenza psicologica, sono necessarie condizioni che determinino un danno effettivo, biologico, spesso difficile da valutare. Tante volte invece si riesce ad avere questa valutazione nei casi di stalking, che è una violenza psicologica di fatto che, come tale, è riconosciuta ed è da denunciare. Essa può sfociare in violenza fisica, sessuale, sino al femminicidio.



QUELL’INCAPACITÀ DI GESTIRE I CONFLITTI IN MODO SANO.


Tante forme di violenza si possono riscontrare in casi di relazioni dove ci sono patologie come il disturbo narcisistico di personalità e il disturbo borderline di personalità. Stiamo trattando di violenza sulle donne, ma non dobbiamo dimenticare – sottolinea l’esperta – che accade anche il contrario. Tante volte, un uomo violento ha vissuto all’interno di un ambiente familiare altrettanto violento, dove non è avvenuta un’adeguata psicoeducazione emotiva, dove vi è una difficoltà ad affrontare in confitti in maniera differente, sana. Una mancata psicoeducazione emotiva può portare anche all’incapacità di gestire la propria rabbia e alla manifestazione di essa in modi assolutamente non accettabili. L’inconscia accettazione della violenza “come da copione” Di contro, tante donne che si trovano coinvolte all’interno di relazioni violente possono essere state donne che hanno vissuto a loro volta in ambienti familiari dove le emozioni non passavano in altro modo, dove la violenza – non necessariamente fisica ma anche psicologica – costituiva presumibilmente quotidianità. Queste donne, in maniera assolutamente inconscia, cercano uomini che risultano familiari come modalità comunicatrice e di espressione emotiva. Di conseguenza, involontariamente, si ritrovano invischiate in relazioni che finiscono per rimettere in moto i copioni familiari.



COME SI SENTE L’UOMO QUANDO FA DEL MALE?


“Difficile dirlo” – sottolinea la terapeuta -. Esistono diversi casi e sono molto diversi l’uno dall’altro. Ci sono uomini convinti che le donne se lo meritino, che sono state loro perché banalmente provocatrici o perché non hanno rispettato determinate regole o cose da lui imposte e che quindi si sono meritate quel trattamento. Ci sono altri uomini che invece effettivamente poi hanno un senso di colpa e cercano di rimediare, per poi scatenare di nuovo la propria ira perché evidentemente c’è qualcosa di irrisolto alla base. È un ciclo della violenza e del dolore che va interrotto per essere risolto. Una donna vittima di violenza deve prima di tutto rendersene conto, poiché nei casi di violenza psicologica tante volte non se ne rende conto neppure lei, tende a giustificare il partner e addossarsi le colpe. Si svaluta compromettendo la propria autostima, che continua ad abbassarsi.

È fondamentale che una donna del genere non venga lasciata sola, che venga aiutata anche a rivolgersi a centri specifici che si occupano della violenza sulle donne, o che si rivolga ad uno psicoterapeuta con una preparazione specifica per questa problematica, per riconoscere i segni della violenza e recuperare – o acquisire – l’autostima e l’autoefficacia percepita. E nei casi più seri denunciare e allontanarsi dal partner. L’autostima è molto importante, al pari dell’intelligenza emotiva – un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere, gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni -. L’uomo dovrebbe anch’esso essere supportato per cercare di interrompere questo ciclo di violenze perché è un uomo che ha una concezione errata di relazione e di amore, confonde i vari piani. Non ha un’educazione affettiva ed emotiva. Va aiutato ad imparare a gestire le proprie emozioni. Bisogna sostenere anche queste persone affinché l’origine della violenza venga affrontata, riconosciuta e possibilmente sradicata, perché possa cessare e si possa non arrivare al femminicidio.

Articolo originariamente pubblicato su www.atuttamamma.net